Un simbolo della danza classica: il tutù

La danza classica rappresenta il simbolo della grazia e dell’eleganza, due elementi cardine di questa storica disciplina. Non è un caso, infatti, che la figura leggiadra della ballerina di danza classica venga da sempre incorniciata da un abbigliamento adeguato, che trova nel tutù la sua massima espressione.
Nell’immaginario collettivo di adulti e piccini, le ballerine vengono inevitabilmente associate alla nuvola candida di tulle bianco all’altezza del bacino, nonostante il tutù venga attualmente indossato in numerose forme, lunghezze e colori diversi.

danza classica

Cerchiamo di ripercorrere la storia del tutù, partendo dalle sue origini, per arrivare ad un excursus riguardo alle varie tipologie indossate al giorno d’oggi dalle ballerine di danza classica.
Il termine “tutù” ha un’origine piuttosto spiritosa. Dietro al richiamo tipicamente infantile del suono, infatti, si cela un significato altrettanto simpatico. In francese, la parola “tutu” è un vezzeggiativo per indicare il fondoschiena, la parte del corpo su cui si poggia la parte più vaporosa dell’indumento.

La danza classica è una disciplina che fonda le sue radici alla fine del Seicento, quando anche le donne riescono a salire per la prima volta sul palcoscenico. Tuttavia le rappresentazioni dell’epoca erano ben lontane da quelle a cui siamo abituati ai giorni nostri, portando invece in scena dei ballerini camuffati all’interno di costumi e maschere piuttosto scomode, dal sapore carnevalesco.
In particolare, le donne erano costrette ad esibirsi senza alcuna libertà di movimento, indossando pesanti abiti con gonne stratificate, rigidi bustini e scarpe col tacco, più adatti alle feste in società che ad un palcoscenico.

I primi accenni di ribellione rispetto ai costumi tradizionali comparvero proprio in questi anni, quando le due ballerine più importanti dell’epoca, Marie Camargo e Marie Sallé, scelsero di modernizzare l’abbigliamento, rendendolo più adatto a favorire e alleggerire i movimenti del corpo.
Le prime differenze rispetto al passato si tradussero soprattutto sul rifiuto di indossare quelli che erano piuttosto dei travestimenti, accantonando definitivamente maschere e tacchi alti. In seguito, anche gli abiti delle ballerine cominciarono ad alleggerirsi, preferendo delle leggere tuniche in mussola alle pesanti sottogonne seicentesche.

Celebre è soprattutto l’esibizione di Marie Sallé in “Les Caractères de la danse” nel 1729, quando la ballerina salì sul palcoscenico indossando semplicemente un leggero vestito in velo, con chiari rimandi alle tuniche indossate dalle donne dell’Antica Grecia.
Questo gesto non passò inosservato, anzi, riuscì a gettare le basi per una nuova, più moderna visione della danza classica. Qualche anno più tardi, il celebre coreografo Jean-Georges Noverre enuncia una nuova riforma del balletto, vietando nella maniera più assoluta l’utilizzo delle maschere sul palcoscenico, per abbracciare l’idea di portare in scena le emozioni realistiche invece della spettacolarità dei costumi sterili ed artificiosi.
Con il passare degli anni il tutù continuò ad alleggerirsi sempre di più, mantenendo tuttavia le forme originarie, con il corpetto scollato e la gonna piuttosto ampia.

L’esempio più classico della modernizzazione dell’abbigliamento femminile è rappresentato da un altro nome importante del balletto, la danzatrice italiana Maria Taglioni. La sua celebre esibizione del 1832 in “La Sylphide”, passerà alla storia per due motivi. Il primo è senza dubbio l’esecuzione della coreografia interamente sulle punte, per la prima volta in assoluto. Il secondo, invece, è legato proprio all’abbigliamento della Taglioni, che portò in scena un tutù disegnato appositamente per l’occasione dall’artista Eugéne Lami.

Le silfidi, infatti, sono figure femminili della mitologia greca, che vivono nel vento e pertanto sono associate ad una figura alta, snella, slanciata e particolarmente leggiadra. Per uno spettacolo del genere, era quindi necessario un costume che incarnasse tutte queste caratteristiche. Il tutù disegnato da Lami era bianco, con un corpetto aderente e piuttosto rigido, ed una gonna molto particolare. Il primo strato prevedeva una sottogonna in tarlatana, un tessuto di cotone più compatto e rinforzato, ma ugualmente leggero, con al di sopra un velo di mussolina drappeggiata, a forma di campana, che si interrompe al di sotto del ginocchio o all’altezza delle caviglie.

Lo stesso tutù verrà adottato per un altro spettacolo altrettanto romantico, la “Giselle”, incarnato prima dalla celebre Carlotta Grisi nel 1841 ed in seguito da molte altre importanti ballerine, tra cui la danzatrice russa Anna Pavlova.
Questo abito passerà alla storia con il nome di “tutù romantico”, apprezzato ed ancora utilizzato da molte ballerine del momento, soprattutto per gli spettacoli dalle atmosfere più sognanti.

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Dal XX secolo fino ai giorni nostri, accanto al tutù romantico si è affermato notevolmente anche quello classico, la versione più utilizzata e più conosciuta. Parliamo naturalmente del gonnellino rigido e vaporoso in tulle, che si poggia al di sopra delle anche, lasciando completamente scoperte le gambe della ballerina. Mentre per il tutù romantico le sfumature di colore variano dal bianco al rosa pallido, quello classico può invece essere adoperato in qualsiasi colore, a seconda dei propri gusti o delle esigenze coreografiche.

Un simbolo della danza classica: il tutù ultima modifica: 2015-08-05T17:47:26+00:00 da luca

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