Il Butoh, ovvero la danza della metamorfosi

Chi ha mai sentito parlare del Butoh? Questo termine, di origine giapponese, definisce qualcosa che in effetti va ben oltre la danza: non si tratta di uno stile ma di un vero e proprio sistema di tecniche ed espressioni corporali che fondono il teatro, la danza e la performance.

È quindi qualcosa che si avvicina moltissimo ad una forma d’arte a sé stante e che per noi occidentali, abituati a schedare e categorizzare tutto con etichette precise, può risultare di difficile comprensione.

L’origine del Butoh (a volte anche Butō) è da ricercarsi in Giappone, a cavallo fra il 1950 ed il 1960. Per parlare del contesto culturale giapponese in quegli anni è necessario confrontarsi con eventi molto gravi: la guerra che era appena terminata lasciava nel Paese nipponico delle ferite difficili da rimarginare, che riportavano alla mente le tragiche vicende di Hiroshima e Nagasaki. Era dunque una cultura dominata da una forte contrapposizione tra il desiderio della ricostruzione e la pesante eredità bellica.

È in questo clima che un giovane coreografo, Tatsumi Hijikata, inizia a sviluppare un nuovo linguaggio espressivo che fonde il teatro classico giapponese con le moderne danze europee – in particolare la danza espressionista. Nel 1954 Hijikata avvia una collaborazione continua con il danzatore Kazuo Ohno, creando di fatto il primo gruppo di ricerca che venne chiamato Ankoku Butoh (letteralmente “danza delle tenebre”). Il lavoro di quegli anni si riassume nel primo spettacolo di Hijikata e Ohno, che andò in scena nel 1959 creando un grande scandalo per la crudezza e la forza dei suoi movimenti, ma lasciando il segno negli anni a venire.

Oggi, dopo decenni di sviluppo, il Butoh si è allontanato dall’essenzialità delle origini ed è diventato uno dei più interessanti esempi di commistione fra danza, teatro e mimica corporale. Sono ormai moltissime le compagnie non solo giapponesi che lavorano con il Butoh trovando sempre nuovi modi di adattamento al contesto contemporaneo. Quest’arte, infatti, pur essendo di ardua interpretazione, gode di un indubbio fascino e di una ampia possibilità di plasmarsi a seconda del contesto di rappresentazione e degli artisti coinvolti.

Il motivo per cui è difficile capire il Butoh è che esso tradisce ogni aspettativa del pubblico, spiazzandolo. Generalmente, i danzatori scelgono di lavorare nudi, con il corpo dipinto – eredità del teatro giapponese – e con movimenti lenti o improvvisi, contorti; a ciò si aggiunge una presenza scenica fortissima che deriva dalla profonda spiritualità che la danza impone. Ma soprattutto, il Butoh è in grado di evocare negli spettatori emozioni potenti e contrastanti: paura, abbandono, solitudine ma anche rinascita, estasi ed erotismo.
Eppure, niente di tutto ciò è davvero necessario per il Butoh.

Come definirlo, allora? Il modo più naturale è di interpretarlo come un processo, e visualizzare in questa danza una meravigliosa metamorfosi: il danzatore smette di essere sé stesso ed inizia ad divenire qualcos’altro. Può diventare un animale, un oggetto, una sensazione, un luogo, il pubblico stesso; può anche diventare tutte queste cose allo stesso tempo.
Qui sta la grande differenza con altre forme di danza.

Il Butoh non si limita a descrivere uno stato o un’idea, ma crea una vera e propria catena di metamorfosi, un continuo modificarsi di forme d’essere. Non c’è simbolismo, non c’è descrizione: il corpo del danzatore non è che uno strumento di espressione di questa metamorfosi continua e caleidoscopica, che unisce la vita e la morte in una sequenza di movimenti estatici.

Il Butoh, ovvero la danza della metamorfosi ultima modifica: 2015-01-27T08:45:55+00:00 da luca

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